Amarcord: fumetti da rivalutare

Bite Club di Howard Chaykin, David Tischman e David Hahn

Siamo invasi. Questa è una certezza: i vampiri sono fra noi. Basta entrare in una libreria e ci troviamo subito di fronte il “Reparto Twilight e cloni”, o in una videoteca per imbattersi in gigantografie di Pattinson con rispettive relique: il cappellino, il portachiavi, il braccialetto e tra poco anche i peli ascellari. Insomma, abbiamo interi scaffali dedicati a vampiri che, ahimè, sono vampiri sdentati e vegetariani, perché usano le loro bocche solo per eteree frasi da San Valentino e più prosaiche limonate,ma  di sangue versato non se ne vede neanche una goccia. Dire infatti che Twilight è un horror è un po’ come dire che Karate Kid è un film di arti marziali (Bruce Lee, concedetemelo, tirerebbe più di un calcio girato nella tomba) ma , ce lo siamo meritato: dopo anni di Dracula e rispettivi succhiasangue canonici tutti “aglio e paletti”, o ragazzini alla Lost Boys dove “scavezzacollo” rima con “mordicollo”, siamo arrivati a questo, a utilizzare la figura del vampiro come scusa per imbastire la più classica storia d’amore alla Romeo e Giulietta. In altre parole, si era detto così tanto sul tema e l’horror ne era così saturo da farne trasudare il mito in altri generi, rendendoli un mezzo e non un fine narrativo. Se però questa è un’evoluzione scontata di una figura letteraria divenuta proverbiale, non è detto che il binomio “vampiro – adolescente romantico limonatore” debba piacerci per forza, così come non è detto che cambiare la prospettiva sulle creature della notte e il mescolamento di generi sia da buttare a prescindere. Prendiamo ad esempio il genere di “mafia”, quello portato alla ribalta dal Padrino e cucinato in salsa comedy dai Sopranos, dopodiché lo spruzziamo delle atmosfere pop & soap di Dinasty,  shakeriamo il tutto e infine proviamo a immaginare che una famiglia di malviventi sia interamente composta da succhiasangue, immischiati in traffici illeciti, omicidi e lotte di successione: quel che otteniamo, signore e signori è Bite Club!

Il fumetto in questione parla e allo stesso tempo non parla di vampiri: se non vi piace Twilight potete tranquillamente continuare a leggere questa recensione, ma d’altro canto, se siete puristi e fanatici dei vampiri classici… beh, questo non è il posto che fa per voi.

Miami: mare, sole e… vampiri! Proprio così, le creature della notte ormai non sono più una minoranza della popolazione, anzi, il loro potere sta crescendo: poco importa che la Chiesa li definisca ancora creature del demonio o che siano spesso vittime di discriminazioni sociali. I succhiasangue, ormai, sono una realtà da quando in Nicaragua dei pipistrelli mutati hanno infettato alcuni esseri umani con il loro morso: fra gli sfortunati  (o fortunati, dipende sempre dal punto di vista) ci sono i Del Toro, una famiglia mafiosa di immigrati che ormai si è stabilita da un centinaio d’annii negli Stati Uniti, prendendo il controllo dei traffici illeciti di Miami. Il detective Fortine, a capo della sezione crimini vampireschi vuole a tutti i costi inchiodarli – letteralmente e metaforicamente –  ma deve mettersi in fila: anche i loro concorrenti in affari e la malavita locale hanno da tempo intenzione di far crollare il loro potere assoluto. I Del Toro, infatti, posseggono la Pharmatech, industria farmaceutica che produce plasmagoria, la droga dei vampiri, e sta lavorando alla sintetizzazione di emoglobina artificiale che porrà fine ai pregiudizi sulla fama predatoria dei succhiasangue. Un giorno, il boss Eduardo Del Toro, viene assassinato con un proiettile di frassino, gettando più o meno nello sconforto la famiglia, ma sconvolgendone anche gli equilibri. Il vecchio capo mafia, infatti, fra i suoi tre figli Eddie, Risa e Leto, nel testamento designa quest’ultimo come successore, creando malcontento negli altri membri della famiglia e una profonda crisi esistenziale nell’erede, visto che da tempo ha deciso di lasciare la mondanità e la vita malavitosa per divenire un sacerdote. Proprio così: Leto Del Toro è un vampiro, ma anche un prete cattolico, in barba alle leggende sui crocifissi e soprattutto alle gerarchie ecclesiastiche che non lo vedono di buon occhio. Un uomo già diviso fra la sua fede e la sua natura vampiresca subisce così un duro colpo quando viene a conoscenza delle ultime volontà paterne, ritrovandosi in una spirale di contrasti e dissapori con i propri “consanguinei”. Risa, sua sorella minore, è una discografica di successo, spregiudicata e arrampicatrice sociale con cui Leto, prima dei voti, ha avuto una relazione incestuosa, e che ora più che mai vuole fargli perdere la testa; Eddie invece non brilla per intelligenza: è un gangster duro e puro alla ricerca di un padrone e che ha problemi con il figlio, adolescente disadattato vessato dai bulli a scuola e sul punto di esplodere. Ma Leto deve vedersela anche con la madre, Arabella, che da lunghissimo tempo ha una relazione con Victor, il cugino del  “defunto-defunto” boss e che mira a impossessarsi della Pharmatech e prendere le redini della famiglia. Oltre al dilemma sul rispettare o meno il testamento – che comporterebbe l’abbandono della Chiesa e il ritorno a una vita da gangster –  e a una profonda crisi religiosa, il prete vampiro è anche deciso a scoprire il vero mandante dell’assassino del padre, ritrovandosi così improvvisamente catapultato in un turbine di violenza, affari sporchi e soprattutto un mondo che credeva di aver abbandonato da tempo – ma che torna prepotentemente a perseguitarlo.

Originariamente serializzato su “Vertigo Presenta” della Magic Press, Bite Club ritorna in questa edizione “definitiva” della Planeta Deagostini che ospita appunto la prima miniserie e il suo spin off inedito, Vampire Crime Unit, incentrato sul personaggio di Risa. In un unico volume dunque è possibile (ri)leggere le appassionanti e paradossali lotte di potere della famiglia Del Toro e godersi il seguito, acclamato a gran voce dal successo del suo esordio.

Gli autori sono dei navigati professionisti del mondo del fumetto: il poliedrico Howard Chaykin ha all’attivo innumerevoli successi sia come disegnatore che come sceneggiatore – basti ricordare American Flagg negli anni ’80 e  di recente The Punisher War Journal – e questa volta, proprio nel ruolo di scrittore affianca David Tischman, autore di American Century e della versione a fumetti di Star Trek; alle matite, invece, David Hahn, autore versatile giù attivo su testate Vertigo del calibro di Fables e Lucyfer.

I tre riescono a mettere in piedi un’opera dalla trama avvincente, densa di colpi di scena e trovate a dir poco geniali, cercando di non lasciare niente al caso e progettare nel dettaglio ogni possibile scenario di una realtà alternativa in cui i succhiasangue convivono con gli umani – applicando magistralmente la tecnica descritta da Alan Moore nel suo saggio Writing for comics (Proglo Edizioni)

L’architettura di Bite Club non è  infatti campata in aria: gli autori hanno cercato di dare delle solide basi alla società e alle ambientazioni  rappresentate; i vampiri sono una realtà già presente da un centinaio di anni, dunque in loro non c’è più nulla di sensazionalistico o di sovrannaturale, anzi, spesso credenze come crocifissi o acqua benedetta vengono smitizzate creando il campo anche per intermezzi ironici. Il vampirismo  si muta dunque in simbolo di pregiudizio razziale e discriminazione, come potrebbe esserlo nel mondo reale il colore della pelle o l’appartenenza a un credo religioso. Questo facilita anche l’innesto, che si rivelerà vincente,  di una trama horror nel genere di mafia, che pare tanto naturale da non stridere affatto con l’incedere della narrazione: se sostituiamo i vampiri sudamericani con semplici mafiosi sudamericani e la plasmagoria con il crack abbiamo infatti una perfetta storia  di gangster sullo stile del Padrino. Purtroppo l’eccessiva normalizzazione di personaggi – che, ci piaccia o no, sono parte di un universo fantastico e sono legati a certi canoni – spesso tende a stridere con determinate situazioni, una su tutte il dramma del vampiro adolescente vessato dai “bulli umani”: perché diavolo non gli spacca la faccia, visto che ha super forza e le sue ferite guariscono da sole? Che bisogno ha di farli saltare in aria con una bomba? Se però si chiude un occhio su forzature come questa, la coerenza narrativa di Bite Club è più che solida e offre al lettore uno spaccato su un intrigante universo parallelo creato ad hoc.

Riguardo invece ai personaggi e al modo in cui viene gestita la narrazione, non si potrebbe chiedere di meglio: Leto, Risa e ogni singolo “attore” di questa vicenda sono caratterizzati nei minimi dettagli, tanto che la loro psicologia e il loro modo di agire sono coerenti e allo stesso tempo si evolvono in modo altrettanto coerente con quanto accade.  Ad esempio la fede religiosa di Leto, che si incrina sempre di più in ogni episodio fino a esplodere, è dipinta in maniera impeccabile, tanto che il lettore non può non pendere dalle labbra – e dai canini – di un simile personaggio attendendo con impazienza le sue mosse. Una simile caratterizzazione (già completa di per sé), viene anche coadiuvata e valorizzata dalla voce narrante, che nelle didascalie spiega proprio come in un extra di un dvd il senso di determinate azioni o episodi del passato del personaggio. Uno stile narrativo del genere sulle prime può sembrare noioso, nonché fortemente debitore della vecchia scuola (quella che metteva una didascalia del tipo “L’uomo ragno si arrampica” vicino a un disegno dell’uomo ragno che, inequivocabilmente, si arrampica),ma Chaykin e Tischman rispolverano questa tecnica per contornare determinate situazioni attraverso commenti di un’ironia sferzante e politicamente scorretta.  Il gioco delle didascalie diventa quindi complementare alle azioni illustrate, creando una sorta di ironica discordanza fra ciò che appare e ciò che invece sta dietro.  I fatti sono presentati come brevi scenette intersecate fra loro, una tecnica tipica delle soap opera anni 80 che (come nei telefilm del genere) aumenta l’interesse del lettore invogliandolo a voltare pagina. Bite Club è quindi una sorta di ibrido, in cui l’ironia politicamente scorretta si mescola a situazioni frivole ed eccessive come quelle delle telenovelas, in un contesto violento e spietato come quello del gangster movie, con attori estrapolati da uno dei più celebri miti horror e incursioni nella detection cara al thriller (soprattutto quando Leto indaga sulla morte del padre).

Gli autori, come già avevo anticipato, si divertono a giocare con le prospettive, prendendo parte ora per l’uno ora per l’altro personaggio, offrendo infine una visione a 360° degli avvenimenti, ma non solo: questo cambio di angolazioni si può vedere soprattutto nella gestione della trama, quando si passa dal comedy allo splatter e soprattutto nello spin off della serie, dove un sostrato tipicamente “soap” cede il passo ai canoni del poliziesco alla C.S.I. o a quelli del genere carcerario.

La parte grafica curata da Hahn, poi, è in linea perfetta con quanto già esposto, offrendo delle illustrazioni che sono dei veri e propri esempi di pop art. Come la Marylin Monroe warholiana, infatti, le scene si svolgono sotto il filtro di tonalità dominanti di colore, che accompagnano il “mood” di ciò a cui stiamo assistendo: un tramonto che tinge gli ambienti di luce rossastra è il sottofondo perfetto per una efferata scena di omicidio, mentre il colore dominante viola crea la giusta atmosfera per la scena di un primo morso che genererà un nuovo vampiro. I personaggi sono caratterizzati con tratti semplici e lineari, che ricordano la grafica pubblicitaria e danno quel tocco vintage che valorizza in pieno l’approccio narrativo e la materia trattata.

Bite Club è,  in definitiva, un prodotto interessante, mai scontato, che offre al lettore evasione allo stato puro e non può mancare a chi di vampiri  non può fare a meno come  a chi, stanco di certi canoni, desidera fortemente una loro rilettura.

Bite Club

di Howard Chaykin, David Tischman e David Hahn

Editore: Planeta Deagostini

17,95 euro

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